Una cincia. Paolo di Umida

Stavo per rispondergli, stavo per rispondere alla enews che puntualmente mi arriva. Gli ho già risposto ma non ha capito. Io non ho tradito, non ho abbandonato la mia idea. Io sono stato tradito. Se si sventola lo slogan dei rancorosi, è perché si sa di essere responsabili di questo rancore.
Volevo dirgli per l’ultima volta e raccontargli tutte le sofferenze che nella mia vita ho affrontato già in un tempo in cui ero bambino, le sofferenze che mi ha causato il mio papà che ho perdonato, col quale mi sono scusato quando fu presso la morte. Lui capì tardi, troppo tardi, ma riuscì a salvarsi attraverso la mia preghiera verso il Signore che mi ha provato con due operazioni in un mese. Ma una voce, di un bimbo, nel dormiveglia mi disse che avrei superato ogni cosa, che tutto sarebbe andato bene, fu così.
Volevo raccontarci le sofferenze che ha patito la mia famiglia con un figlio/fratello disabile che ha stravolto le nostre esistenze. Volevo raccontarci le sofferenze di un bambino che va a scuola e che talvolta rimane con suo papà fino a mezzanotte nell’ ufficio postale per aiutarlo come poteva a chiudere il Bilancio dell’Ufficio.
Volevo raccontargli delle umiliazioni davanti ai miei compagni di scuola che facevano sciopero e io dovevo entrare lo stesso prendendo sputi in faccia davanti ai picchetti perché mio papà così voleva. Volevo raccontargli della fabbrica nelle quale dicevano che fossi fascista perché figlio e nipote di servitori dello Stato, io non capivo nulla, la mia educazione era verso il rispetto dello Stato con la serietà e il dovere che gli sono dovuti. Volevo raccontargli della sofferenza di tutti quegli anni in gabbia, io che fui pastore. Volevo ricordargli le sofferenze che ho sopportato per riscattarmi con le mie forze e ottenere un miglioramento nel lavoro e nell’animo. Volevo ricordargli la sofferenza che ora mi ha causato minandomi nello spirito e nel corpo dopo che ero riuscito a riscattarmi.
Volevo chiedergli se fosse capitato tutto questo a lui, come si sarebbe sentito. Se avesse avuto un padre padrone come il mio come si sarebbe comportato. Se avesse lottato per conquistarsi quel poco che per uno sconfitto invece è tanto e poi glielo avessero tolto come si toglie un giocattolo ad un bimbo, come avrebbe reagito. Se da ragazzo lo avessero illuso, dando come cosa certa di entrare in un Corpo o in un’Arma, e poi non lo avessero mantenuto, cosa avrebbe pensato delle persone, quale fiducia avrebbe dato al prossimo.
Si chiede fiducia, si chiede di non portare rancore. E’ giusto non portare rancore, lo dice il mio Imperatore Celeste, lo raccomanda ai suoi pretoriani che con lui si caricano del dolore e delle sofferenze dell’umanità, portando la croce sempre.
Poi, poco fa, nella luce della stanza, mentre scrivo, sento tamburellare nei vetri della finestra accanto. Mi volto e vedo una cincia che aveva trovato riparo tra il vetro e la persiana e, vedendo la luce nella stanza cercava di entrare con insistenza. Pareva mi dicesse ” non scrivere Paolo, non rispondere, lascia correre”. Così non ho risposto alla enews, ho ascoltato l’uccellino che vola tutto il giorno nel cielo più vicino al mio Imperatore e ora ho voluto raccontartelo, proprio a te che voli coi falchi e parli con loro.
Sono stanco amico mio, sono tanto stanco. Stanco di vivere in questo mondo cattivo dove se sei debole possono colpirti ancora di più senza farsi nessuno scrupolo.
Il mio Signore stasera, al buio della notte, mi ha mandato una cincia forse voleva dirmi qualcos’altro, non riesco a comprenderlo benché io faccia parte del loro mondo. Sono troppo stanco.
Un abbraccio.
Paolo di Umida