Racconti

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 la Repubblica.it  2006 04 12     Nel covo del boss dei bos…

Nel covo del boss dei boss sul letto un libro di Ultimo

CORLEONE – Il rosario di legno è fra le coperte del letto disfatto. La Bibbia è ancora aperta, sul cuscino: «L’ albero si riconosce dal suo frutto», ha segnato il padrino con una penna rossa. Vangelo di Luca, capitolo 6, versetti 44-46. «L’ uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore». La pagina è stropicciata. Ha sottolineato ancora. «Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?». Le altre quattro Bibbie sono sul comodino. Assieme a un libretto verde scritto dall’ uomo che arrestò Totò Riina il 15 gennaio 1993, il capitano Ultimo. «L’ azione, tecniche di lotta anticrimine». Il padrino ha sottolineato il capitolo sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Passato e presente della mafia sono in questo casolare di campagna. Diceva il killer Pino Greco scarpuzzedda prima che lo uccidessero: «Chissà perché il ragioniere, Provenzano, ha voluto che sparassimo al generale. Cosa nostra si è messa nei guai». Quarant’ anni di misteri italiani sono nella casetta di un ricottaro, a due chilometri dalla Corleone che ha segnato l’ inizio di tutta questa storia. «Uniti nel rispetto dell’ ambiente – annuncia il cartello – benvenuti a Montagna dei Cavalli». Il covo del padrino è lì, fra le belle ville dell’ estate dei palermitani. Ma lui viveva come un uomo braccato. Fra il recinto delle galline e una porcile. La stanzetta che è tutto il covo resta buia e maleodorante. Il padrino aveva coperto le finestre con dei teloni di plastica, per evitare che all’ esterno trapelasse qualsiasi segno di una presenza. Il grande ritratto di padre Pio, sopra il letto, osserva tutto. Un vecchio armadio conserva pochi vestiti. Due sedie di paglia, una stufetta e un piccolo televisore al quarzo sono l’ arredamento. Sul tavolo malconcio, c’ è la macchina da scrivere di tanti pizzini che hanno deciso tangenti, affari e complicità. Così Bernardo Provenzano continuava a comandare, con la sua Brother Ax 410 elettrica. Nonostante la porta del bagno si chiuda male e la dispensa della cucina resti vuota. Sui fornelli c’ è l’ ultima pentola di cicoria che il padrino ha cucinato. Era il punto forte della sua dieta: negli ultimi pizzini che la polizia ha trovato, il boss chiedeva ai picciotti pure qualche piantina di verdura. Quella minestra rimasta nel covo di Montagna dei Cavalli è l’ ultima cosa che il padrino ha fatto. Nella sua fuga, ha lasciato cadere un barattolo di miele e le scatole delle medicine, da cui non si separava mai dopo l’ operazione di Marsiglia. Dentro un sacchetto c’ è un filone di pane e qualche biscotto. Proprio come quelli che sua moglie, la signora Saveria Benedetta Palazzolo, comprava la mattina del 31 marzo scorso, dal garzone arrivato davanti la sua casa all’ ingresso di Corleone: «Non so niente», tagliò corto mentre le mostravamo Repubblica con l’ intervista dell’ avvocato Salvatore Traina. Prese velocemente quattro filoni, una grande confezione di pangrattato e biscotti in quantità. Davvero tanti solo per lei e il figlio. Piove a dirotto su Corleone e la nebbia conserva ancora tutto il mistero di 40 anni di potere, fra mafia politica e affari nei palazzi che sembrano così distanti dalla casetta del ricottaro. Ma qui si è nascosto l’ uomo che conosce i nomi dei mandanti occulti delle stragi Falcone e Borsellino. Qui, in questa parte di Sicilia che sembra uscita da un romanzo sulla vecchia mafia. C’ è un tavolo di legno massiccio sistemato nella stalla di fronte la casa. E sul tavolo pendono tre corde e tre brutti ganci. Nella stanzetta accanto, tra le fascedde della ricotta ci sono una lupara e alcune fotocopie di patenti, come fosse l’ anticamera in cui aspettano i killer mentre i padrini sono riuniti attorno al tavolo della cupola. Per terra, nel laboratorio del ricottaro, ci sono pure dei manifestini dell’ ultima campagna elettorale. Uno del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, candidato al senato per l’ Udc e un altro del sindaco di Corleone, Nicolò Nicolosi, anche lui candidato per la lista Patto della Sicilia. La nebbia che avvolge le montagne attorno lascia ogni particolare sfocato. Ma la casetta del ricottaro continua ad assomigliare più al covo di un braccato piuttosto che al rifugio sicuro di un padrino che tutto sa e tutto può.

DAL NOSTRO INVIATO SALVO PALAZZOLO