Milano, 28 marzo 2018. «Assassino, torturatore, i compagni non dimenticano», segue una data: 28 marzo 1980. La scritta, con la vernice rossa, ha sfregiato il murale all'Ortica dedicato al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Non è la prima volta che accade. Non sarà l'ultima. Ma ogni volta che qualcuno osa calpestare la memoria di chi ha dato la vita per lo Stato, qualcosa si spezza dentro. Non è solo un muro imbrattato: è un atto di violenza contro tutti noi che abbiamo scelto di servire.
Gli sciacalli di sempre, i teppisti radical chic che calpestano gli eroi del popolo, i carabinieri della strada, i carabinieri combattenti. Questi sono i volti di chi, oggi, si permette di insultare un uomo morto per la giustizia. Un generale che, quando tutti tacevano, ha alzato la voce. Un servitore dello Stato che ha pagato con la vita la sua fedeltà alla Costituzione.
Chi era Carlo Alberto dalla Chiesa
Carlo Alberto dalla Chiesa non era un simbolo astratto. Era un uomo. Un carabiniere che ha combattuto il terrorismo, che ha lottato contro la mafia quando ancora molti preferivano non vedere. Un uomo che, il 3 settembre 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente Domenico Russo, è stato assassinato a Palermo.
Quella morte non è stata solo un omicidio. È stato un messaggio chiaro: chi serve lo Stato con onestà, chi rifiuta i compromessi, chi mette la giustizia prima della carriera, può essere eliminato. E la sua memoria può essere cancellata.
La memoria come dovere
Noi, fratelli dalle luci blu, non possiamo permettere che questo accada. Non perché Dalla Chiesa fosse perfetto – nessun uomo lo è – ma perché rappresenta qualcosa di più grande di lui: il coraggio di dire no quando tutti dicono sì, la fedeltà allo Stato quando costa, il rifiuto di piegarsi al potere.
Difendere la sua memoria non è un gesto simbolico. È un dovere verso il popolo, verso le vittime della mafia, verso tutti coloro che hanno perso la vita combattendo per la giustizia. È un modo per dire: noi non dimentichiamo. E non permetteremo che altri dimentichino.
Chi insulta la memoria
Chi scrive «assassino, torturatore» su un murale dedicato a Dalla Chiesa non conosce la storia. O la conosce troppo bene e la distorce di proposito. Non importa. Quello che importa è che queste parole feriscono non solo la famiglia del generale, ma tutti noi che abbiamo scelto di servire.
Perché se è lecito insultare un uomo morto per la giustizia, allora è lecito insultare tutti noi. Se è lecito cancellare la memoria di chi ha combattuto la mafia, allora è lecito cancellare la memoria di ogni servitore fedele dello Stato.
La risposta
La nostra risposta non sarà violenta. Non sarà vendicativa. Sarà semplice e chiara: continueremo a ricordare. Continueremo a servire. Continueremo a lottare per la giustizia, anche quando costa, anche quando nessuno ci vede, anche quando qualcuno cerca di cancellare la nostra memoria.
Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa non si tocca. Non perché sia intoccabile, ma perché la sua memoria appartiene al popolo. E il popolo non dimentica chi ha dato la vita per difenderlo.
Fratelli dalle luci blu, combattenti di CRIMOR, servitori dello Stato che non dimenticano.